Versi spediti a una cassetta postale

Apogeo EditorePaolo Lanaro

Versi spediti a una cassetta postale

Uno che scrive poesie sa benissimo cos’è la poesia. Ma non è in grado di spiegarlo. Va bene, il ritmo, la versificazione, il metro, le sonorità, ecc., però il mistero, se così si può chiamare, resta. Qualche volta si può individuare una causa o una circostanza che è all’origine dei versi (Buffalo! – e il nome agì...), ma di sicuro le conseguenze sono imprevedibili, sia per l’autore, sia per chi legge. A volte mi sono trovato a provare un breve stato di esaltazione per poesie che il giorno dopo ho gettato, impassibile, nella pattumiera. Altre volte ho visto che quello che stavo scrivendo era maturato lentamente nel corso non di giorni né di settimane né di mesi, ma di anni. E chi sa come questo avviene e quale sia il significato? Parliamo, scriviamo, ragioniamo, e pensiamo che tutto questo ci umanizzi, ci renda migliori di un verme privo di neuroni. Probabilmente è vero. Però se valutiamo la funzione, quella del verme pare essere perfino più importante della nostra, che pure consideriamo la parte più nobile che ci è toccata. Ho riflettuto di tanto in tanto sulla funzione della poesia, un tema caro ai poeti, su cui sono state scritte pagine profonde e suggestive. Alla fine ho capito che non ne ha nessuna. E paradossalmente è la ragione della sua importanza. In un mondo in cui quel che conta è ciò che è utilizzabile, la poesia, che non lo è, ha la magnifica e indecifrabile necessità delle cose che non servono a niente. Come la pittura, la scultura, la musica. È evidente che la nostra vita non potrebbe avere nessuna possibilità di essere ciò che è senza un fornaio, un falegname, un lattoniere e, oggi, senza uno psicoterapeuta e un dietologo. Eppure, se cerchiamo di scendere nel fondo della nostra esperienza vitale, là dove c’è forse la radice dei significati di cui abbiamo bisogno, probabilmente non troveremo nulla di più di un suono, di un colore, di un’immagine antica. Ecco, la poesia ha a che fare con tutto questo, è un parlare sui margini del niente, anzi è una linea difensiva nei confronti del niente. Così, sono certo, la intendeva Alcmane quando scriveva «Dormono le cime dei monti e le gole», e così la intendeva Shakespeare quando scriveva «È quindi il viso suo l’epitome del passato/ quando beltà viveva e moriva come i nostri fiori». Siamo sempre a questo punto. Perché in un certo senso la poesia è qualcosa che non evolve, che non diventa migliore, che non si fa più specializzata. È come se rispondesse (per le rime) a un istinto immutabile e irrazionale. Direi che mi posso fermare qui. Come celebrazione è sufficiente. Aggiungo soltanto una cosa. Questi, che il lettore troverà, sono Versi spediti a una cassetta postale. E dunque? Dunque non sono per qualcuno in modo specifico, ma per chiunque voglia aprire quella cassetta e impadronirsene. Non so per quale motivo, ma se potessi torcere il collo al tempo, vorrei che li leggesse una dama provenzale, un cavaliere senza stemma, un passeggero in partenza dalla stazione Finlandia di San Pietroburgo. Dopo di che la cassetta viene richiusa e tutto continua come prima. O forse non proprio come prima (dall’introduzione dell’autore).

  • titolo Versi spediti a una cassetta postale
  • autore Paolo Lanaro
  • collana èstra poesia
  • anno 2024
  • isbn 9791281386129
  • formato cm 15x21
  • pagine 72
  • lingua italiano
  • prezzo euro 15,00
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